25 ottobre 2008
“Voglio dare un avviso ai naviganti: non permetteremo che vengano occupate scuole e università perché l’occupazione dei posti pubblici non è un fatto di democrazia ma di violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie e dello Stato” Silvio Berlusconi
Maria Stella Gelmini, Ministro dell’Istruzione dell’Università
italiana, sostenuta da un governo versione “panzer”, ha deciso di
riformare il sistema scolastico e con questo pure la branca
universitaria. Vuole guidare come una stella polare i dispersi alla
meta.
Essendo uno studente della Statale di Milano, proverò di seguito a
riassumere le principali ricadute del decreto legge Tremonti-Gelmini
(che sono due cose diverse) sullo scenario che vivo quotidianamente.
Cominciamo dal pastrocchio tremontiano.
Il 25 giugno di quest’anno, il Ministro Tremonti fece approvare in Consiglio dei Ministri il Decreto Legge numero 112 (da lì, DL 112). I gangli in cui andava ad operare: sviluppo economico, semplificazione, competitività, stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria. Il 6 agosto, in pieno clima vacanziero, il Parlamento l’approva. Il 21 agosto diventa legge. Da qui: Legge 133. La “133″.
Gli elementi problematici che emergono sono sostanzialmente tre. Partirò dal primo: il taglio dei finanziamenti pubblici all’Università. Questi finanziamento è chiamato FFO.Fondo di finanziamento ordinario. Nel 2008 stiamo a quota (circa) 7 miliardi di euro. La quota annuale serve sostanzialmente a pagare gli stipendi del personale (docenti, amministrativi) ed occupa l’80% del FFO. Altre entrate per i bilanci universitari sono anche le (altissime) tasse pagate dagli studenti. Queste possono esser - per legge - al massimo il 20% del FFO.
Il taglio “tremontiano” ammontava - a luglio ‘08 - a circa 1
miliardo e 400 milioni di euro da qui al 2013. Precisamente: taglio di
63,5 milioni nel 2009, 190 nel 2010, 316 nel 2011, 417 nel 2012 e 455
nel 2013. Questa cifra verrà indirizzata verso Expo 2015.
Ad ottobre, però, le cose si fanno ulteriormente più gravi.
I tagli raddoppiano. La Finanziaria di settembre raddoppia i tagli del
FFO portando, solo nel 2010, una riduzione di 731 milioni di euro.
Questi tagli si portano dietro fratelli siamesi relativamente recenti.
Ricordate lo sciopero dei camionisti? Il decreto “no-ICI per tutti”? Il
salvataggio di Alitalia e la socializzazione dei debiti? Il decreto
“salva-banche”? Sapete chi ha pagato?! Da chi ha attinto Tremonti per i
suoi salti mortali?
Ma è vero che l’Italia spende troppo per l’Università ed i suoi studenti?
I dati OCSE parlano da soli: alla voce “spesa pubblica annuale per
studente” l’Italia si piazza a quota 5400$. La Germania a 10200$. La
media OCSE a 8400$.
I tagli al FFO porteranno soltanto una riduzione dei servizi agli
studenti, una riduzione delle infrastrutture, un peggioramento della
qualità didattica e una riduzione degli incentivi alle attività di
ricerca.
Il secondo punto-problema è quello della “riduzione del turn-over del personale”.
Per il 2009, la “133” prevede che per ogni 10 insegnanti in pensione ne
possa entrare soltanto uno. Per il 2010 1 su 5, per il 2011 lo stesso e
per il 2012 1 su 2. Questo criterio s’intende applicarlo per tutte le
Università, senza minimamente tener in conto l’efficienza nell’uso
delle risorse.
Ma è davvero così necessario troncare di netto il numero dei professori universitari? Ce ne sono davvero così tanti?
Dati OCSE sul rapporto numero di studenti/numero di docenti: la
Germania raggiunge quota 12,4. La Francia 17,0. La media OCSE il 15,3.
L’Italia il 20,4. Tutto questo dovrebbe portare ad implementare il
corpo docente, non di diminuirlo e di invecchiarlo sempre più.
Le conseguenze sono chiare quindi a tutti quanti: l’invecchiamento del
corpo docente, il blocco dei concorsi per i ricercatori universitari,
aumento del ricorso alla precarizzazione del personale
tecnico-amministrativo, dei ricercatori e dei docenti.
Infine l’ultimo punto – non per gravità – della “133”: la facoltà
per le Università pubbliche di trasformarsi in Fondazioni in grado di
rastrellare questo o quel finanziamento privato.
Questo comporterà una ulteriore mercificazione del sapere, un
discrimine tra Fondazioni di classe A o di classe B, l’invadenza dei
manager privati nella scelta della didattica, speculazioni private sui
patrimoni immobiliari delle università, l’art. 34 della nostra
Costituzione sarà totalmente sotterrato.
Ma tutto questo perché?
Come mai la scuola pubblica – e l’Università in particolar modo – “s’ha da riformare”?
Indubbiamente lo status quo non va bene. Non va bene alla maggioranza
degli studenti e non sta alla base della protesta, anzi. L’Università
così com’è non fa che affossare il futuro per questo Paese e per la sua
futura generazione guida. Il precariato impera, le baronie dettano
legge, i concorsi sono in realtà letamai di raccomandazioni politiche,
le lezioni sono – per la maggior parte – cozzaglia di nozionismo
totalmente scollate dal reale andamento della società circostante.
Sicuramente va riformata l’Istruzione italiana. Ma non in questi termini.
Non è ammazzandola che la si risolleverà. Non è assoggettandola al
diktat privato che s’uguaglieranno le possibilità per tutti di poter
studiare e crescere.
Purtroppo però, miss “Reggio Calabria”, molto vicina a Dell’Utri, in accordo col Premier piduista ha preso sul serio la questione. Si parla addirittura di vietare scioperi, occupazioni ed autogestioni.
L’altro giorno, poco prima dello stupido assalto alla stazione di
Cadorna, a Milano, una studentessa s’è girata verso i poliziotti in
tenuta anti-sommossa e gli ha urlato: “E’ anche per voi che siamo qui”.
L’epilogo s’è visto e rivisto sui telegiornali-monnezza.
Tratto da quileccolibera.net - Duccio Facchini




