RedHatNetwork Bucata.
Qualcuno si è infiltrato nei server di Red Hat
ottenendo l'accesso ad una serie di pacchetti della distribuzione Linux
prodotta nella Carolina del Nord e costringendo gli amministratori di
sistema del noto marchio del cappello rosso a rivedere l'intero sistema
e provvedere ad una verifica di tutte le chiavi di accesso. Ancora
ignoti i contorni della vicenda, anche se i danni dovrebbero essere tutto sommato limitati.
"La
scorsa settimana, Red Hat ha rilevato una intrusione su alcuni dei suoi
sistemi di computer a cui ha prontamente reagito" si legge in una nota
diffusa nelle scorse ore dall'azienda statunitense specializzata nella
fornitura di servizi di supporto a Linux: "Siamo fermamente convinti
che i nostri sistemi e le nostre procedure abbiamo evitato che gli
intrusi compromettessero RHN (Red Hat Network, ndr) o il
contenuto distribuito via RHN, e pertanto riteniamo che i clienti che
aggiornano i propri sistemi utilizzando Red Hat Network non corrano
rischi".
A quanto pare, gli attaccanti non sarebbero riusciti a penetrare nell'apparato informatico di RH fino al cuore, ma si sarebbero limitati a modificare la signature contenuta in alcuni pacchetti del modulo OpenSSH per le versioni 4 e 5 di Red Hat Linux Enterprise. Lo scopo di questa azione potrebbe essere stato appunto quello di tentare di sostituire una signature
fasulla all'intero dei pacchetti di aggiornamento distribuiti
attraverso gli update automatici: una operazione che, se fosse
riuscita, avrebbe garantito ai malintenzionati la possibilità di diffondere software modificato
per renderlo pericoloso sui server equipaggiati con questa
distribuzione Linux. Una minaccia tanto più tangibile se riferita
all'ambito di utilizzo di Red Hat Linux Enterprise: grandi aziende,
infrastrutture per la viabilità, aeroporti, sono solo
alcuni dei settori nei quali la distribuzione statunitense è molto
apprezzata e largamente impiegata. Una rottura nel cordone di sicurezza
che circonda il software avrebbe pertanto potuto avere gravi
ripercussioni.
Ma non sono soltanto gli amministratori dei grandi sistemi a doversi
preoccupare di tenere d'occhio i componenti chiave dei server a loro
affidati. Anche i server dedicati a Fedora, la
distribuzione free sponsorizzata da Red Hat, sono stati interessati
dalla stessa incursione: per questo motivo è stato consigliato di
sospendere alcune attività su quelle stesse macchine fino ad una
verifica approfondita di quanto accaduto.
Anche in questo caso
non ci sarebbero state conseguenze per gli utenti finali, sebbene gli
attaccanti siano andati vicini a "rubare" le chiavi con le quali
vengono apposte le firme sui pacchetti di aggiornamento prodotti dalla
community, chiavi che garantiscono l'autenticità e la bontà del software distribuito.
È stato lo stesso Paul Frields, leader del Fedora Project, a rassicurare
tutti su quanto accaduto: "Sebbene non ci sia alcuna prova del fatto
che le chiavi di Fedora siano state compromesse, poiché i pacchetti
Fedora sono distribuiti attraverso molti repository e mirror gestiti da
terze parti abbiamo deciso di aggiornare le chiavi del sistema di signature". In ogni caso, ha chiarito Frields, sono state eseguite diverse verifiche a campione
per garantire l'integrità di codice sorgente e pacchetti pronti per la
distribuzione, verifiche che fino a questo momento hanno dato un esito
positivo: "Non abbiamo trovato discrepanze che indichino qualsiasi
perdita di integrità dei pacchetti".
Tutto è bene quel che
finisce bene, dunque: a quanto pare, se le notizie attualmente fornite
fossero confermate, gli apparati di controllo e le procedure di
sicurezza messe in piedi da Red Hat dovrebbero aver garantito la sicurezza del software. L'azienda non ha comunque voluto fornire i dettagli su quanto accaduto, avvisando che potrebbero esserci presto alcune procedure di sicurezza da espletare per gli admin dei sistemi per convalidare le nuove signature.
Tratto da puntoinformatico - Luca Annunziata




